SUMMER SMOOTHIE CHEESECAKE E LE PICCOLE COSE CHE RENDONO FELICI

Un albero da frutto, un cappello di paglia e la vecchia bici che arruginisce insieme alla luce del tramonto. Ecco: tutte queste piccole cose possono bastare a ogni mio bisogno e tutte insieme fare la felicità…

Si dice che se sono state tracciate bene, i figli seguano le orme dei padri. Ecco io quest’anno l’ho fatto, ho seguito l’esempio dei miei genitori che per tanti anni, fino alla mia adolescenza, a scuole finite, riempivano l’auto di bagagli e bagattelle e traslocavano per tre mesi nella casa in campagna, che poi era al mare, per lasciare che noi bimbi ci godessimo una sana e ricca estate e loro si potessero riprendere dalle fatiche lavorative di un anno intero e ben quattro figli da gestire. Così ho fatto quest’anno. Non per tre mesi, chè certi tenori solo la vita semplice e parsimoniosa di una passata generazione potevano permettersi, ma per un’ intera mensilità: ho lasciato alle spalle il chiasso e la snervante quotidianità della città per trasferirci in una casa in campagna, che era poi a due passi dal mare.

C’è stato un albero da frutto ad accoglierci. Per primo un grosso albicocco, stracolmo di frutti polposi messo a maestoso guardiano dello sterrato che conduceva al cancello di casa. Le sue albicocche d’un sapore così dolce che credevo d’aver dimenticato, sono diventate presto preda delle nostre razzie: ad ogni ora della giornata e con una semplice spolverata data con le mani erano il nostro spuntino, il pranzo veloce o parte della cena. Nella casa al mare in cui andavamo da bambini di alberi da frutto non ce ne erano: solo una grande distesa d’ulivi e un enorme salice che sotto le sue fronde ombrose accoglieva svariate sdraio di tela e l’amaca di corda nell’ora della siesta. Là si sedevano alla frescura gli adulti: mio padre, mia madre e gli zii, mentre attendevano che noi ciurma di bambini scalmanati e felici ci destassimo da un riposino che puntualmente fingevamo di fare, mentre invece ciarlavamo fitto fitto nella penombra delle stanze. Così anch’io per ripetere le orme dei miei genitori ho affittato questa casa al mare e appeso un’amaca su cui ciondolare, all’ombra fresca e sgargiante di un grosso susino (il secondo albero da frutto pronto ad accoglierci) mentre i ragazzi, i miei, si scatenavano altrove.

Da bambini, la strada che conduceva al mare dalla casa in campagna, era un lungo e dritto percorso di qualche chilometro, da percorrere necessariamente tutti stipati sui sedili posteriori della macchina, chiamato appunto il Rettifilo. Lungo questa strada erano d’obbligo due soste: la prima all’andata, tutti i giorni, da quello che era l’unico alimentari-forno-fruttivendolo, dove ogni ben di Dio acquistato sarebbe diventato tra le mani delle nostre mamme il pranzo e la cena. La seconda ogni giovedì della settimana, rigorosamente all’alba, per andare a perdersi tra le fitte viuzze delimitate da bancarelle e abiti svolazzanti del mercato ambulante. Per me, la strada che conduce al mare si è accorciata molto, diventando poco più di un viottolo di qualche centinaio di metri, tra il cancello di casa e la staccionata della spiaggia. Un rettilineo anche questo però, da percorrere a piedi, per pochi passi o come ho fatto io, su di una vecchia bicicletta arruginita con un cappello di paglia in testa e il vento fra i capelli. E nel percorrerlo andare indietro nel tempo, con un sorriso, al ricordo del vecchio vero Rettifilo ed onorare la sua memoria facendo ogni mattina presto, una deviazione in paese per far la spesa o visitare con lo stesso sguardo di bimbesca meraviglia il mercato ortofrutticolo del sabato mattina. E pensare sorridendo a quanto sarebbero piaciute ai nostri adulti, le cose buone acquistate qui e trasformate poi in ogni ben di Dio per pranzo e cena.

Sono state giornate semplici, ricche di piccole cose e pochi indimenticabili gesti, come quello di riempire un cappello di paglia con fiori di campo o tornare a sbucciarsi le ginocchia, come da ragazzina, andando malamente in bicicletta. E comprendere quanto fa bene, come dice il detto, ripercorrere volutamente i passi che un tempo sono stati dei nostri genitori: avere una casa in campagna, abbandonare la città, riempire le ore dei propri figli solo di sole, mare e risate a mai finire insieme ad altri bambini. E riprodurre la stessa numerosissima ciurma di persone che si ritrovano attorno ad una lunga tavolata imbandita; come quando eravamo piccoli e per tanti anni, fino alla mia adolescenza, i miei traslocavano al mare e ci raggiungevano zii e cugini. E la felicità era tutta lì, piena e sincera, in quelle giornate, in quei rituali: dalla tavola imbandita con tante persone attorno, al Rettifilo, agli alberi frondosi, alle piccole cose che sembravano un universo intero e ognuna, da sola, bastava ad ogni nostro singolo bisogno. Una felicità così piena e sincera, che ancora, dopo tutto questo tempo è bastato un albero da frutto, una vecchia bicicletta arruginita ed un cappello di paglia per farla tornare su, prepotente, tra ricordi e presente….

A Lillina, a mio padre e a tutte quelle persone che ieri, come oggi, hanno tracciato le orme di tutte le piccole cose che rendono felici.

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RECIPE

dosi per una tortiera da 23 cm

Per la base

200 g di biscotti tipo Digestive (per me ai cereali)

125 g di burro di alta qualità

Per la farcia

300 ml di latte

250 g di mascarpone

2 banane grandi congelate (la polpa)

500 g di frutta di stagione (io ho fatto un mix di susine, more, ribes e ciliegie)

3 cucchiai di zucchero di canna ( a seconda dei gusti)

Frutta per decorare q.b.

Aiutandovi con un mixer riducete in polvere i biscotti e unite poi il burro sciolto e fatto raffreddare. Amalgamate il tutto con un cucchiaio. Preparate poi la tortiera. Munitevi di burro e carta forno. Imburrata la tortiera, ritagliate un disco di carta forno per la base dello stampo e una striscia per il bordo. Rivestite lo stampo e vedrete che le pareti imburrate favoriranno molto il fissaggio e la tenuta della carta forno. Riepite il fondo con la malgama di biscotti e burro e livellate bene il composto pressandolo e pareggiandolo con il dorso di un cucchiaio. Riponete in frigo per almeno mezzora.

In un mixer inserite il latte, il mascarpone, le banane e la frutta che avrete scelto, lasciandone da parte a sufficenza per la decorazione. Azionate il frullatore aumentando gradualmente la velocità fino a quando non avrete ottenuto un composto morbido e liscio. Zuccherate, se necessario, a piacimento. Versate sopra lo strato di biscotti, livellate e riponete in freezer per almeno 3 ore. Lo smoothie si deve congelare bene. Decorate e lasciate al freddo fino al momento di servire (vi consiglio di scongelare il dolce almeno 20 minuti prima in modo che riprenda la consistenza giusta).

 

 

9 Comments

  1. Melania 16 luglio 2017

    Deb, sono passata tre volte da te e per tre volte non sono riuscita a lasciare il segno poiché trattenuta altro. Parlo dei segni che restano, di quelli che piacciono a noi, che riempiono il cuore. Parli della semplicità che tanto amo. Del tempo lento che scandisce le cose rendendole uniche e preziose. Come i tuoi scatti, le tue parole e quelle emozioni che si siedono tra le righe…
    infinitamente brava!

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  2. Maruska fiengo 14 luglio 2017

    Le tue foto sono splendide, come sempre Ma questa volta hai superato tutte le mie aspettative, è quindi un onore farne parte.

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    • Debora 15 luglio 2017

      Grazie maruska…ne sono lusingata e felice!!

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  3. lara 14 luglio 2017

    Per il dolce che vuoi dire, splendido? Mi sembra pur riduttivo… per il resto sono ancora a riflettere, mi trovo un po’ in carenza di aggettivi e odio scadere nella banalità del ripetuto deb, quanto sei brava?

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    • Debora 14 luglio 2017

      Cara Lara la stima e l’affetto delle persone a cui teniamo, di quelle vere, sincere, con cui condividere tutto questo trova il suo senso pieno, non sono mai, e dico mai, scontate e ripetitive. Anzi sono proprio le parole come le tue a tracciare nuove orme da seguire.
      Grazie infinite di esserci sempre.

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      • LARA BIANCHINI 14 luglio 2017

        non proprio sempre cara amica, non tanto quanto vorrei, a volte la vita mi travolge e sparisco per correre dietro all’inutile frenesia di questi spesso inutili tempi. Trovare piccoli spazi in cui riposare, come questo, è l’antidoto al malessere che a volte si insinua pericolosamente nel vivere, e quindi il mio esserci è stima, affetto, ammirazione ma anche egoistico bisogno di bellezza.

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        • Debora 15 luglio 2017

          …. e meno male che non trovavi le parole!!….
          Ribadisco quanto scritto in privato! 😉

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  4. Francesco 13 luglio 2017

    Commosso, decisamente confuso e commosso!!
    I tuoi ricordi, le tue descrizioni, precise e dettagliate, la cura dei particolari, soprattutto i tuoi sentimenti, messi in mostra in modo spudoratamente meraviglioso, la tua infanzia, ricca d’amore e decisamente spensierata e felice, tutto contribuisce alla fioritura di qualche piccola lacrima che riga le guance.
    E’ l’effetto del ricordare, del tornare indietro nel tempo e riviverlo come fai tu, con una leggerezza e un disincanto che ti lasciano stupito per la bellezza e quel grande amore che filtra, tra la spensieratezza apparente e la profondità della tua anima, nelle righe di questo meraviglioso tuo narrare.
    Le tue foto…poi… che altro potevano aggiungere se non la bellezza e il maggior coinvolgimento emotivo di me, lettore, nel sentirmi vivo e partecipativo di questo mondo di una favola antica, con tutto il sapore di un presente, intenso e vivo, colorato ed appassionato.
    dire solamente che tu sia brava è dire poco, perché tu rappresenti la divinità del tuo sentire la vita, in tutta la sua bellezza, in tutta la meraviglia che, di giorno in giorno, si manifesta.

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    • Debora 14 luglio 2017

      Francesco…sapere che le mie parole scritte riescono a raccontare così tanto e a lasciare un segno… è quanto di meglio mi potessi augurare. È bello narrare ma è ancor più bello essere letti e apprezzati. Grazie

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