NAPUL’È: UNA CROSTATA ARROTOLATA CON CANNELLA, CIOCCOLATO E MARMELLATA DI ARANCE

Napul’é …

E’ tardi. Tardissimo. L’ora di pranzo è passata da un pezzo ed io ancora non mi destreggio girando a vuoto con l’auto in cerca di parcheggio in questo popoloso e affollato quartiere di Roma. Sono in terribile ritardo, continuo a ripetermelo, mentre con la mente passo in rassegna l’intera mattinata, trascorsa e non ancora finita tra le follie di certi cliente e il traffico congestionato. E’ tardi e mi mancano ancora due appuntamenti.

E’ troppo tardi. Vorrei rincasare, ma ho ancora due incontri da rispettare. Per farmi forza, tra lo stomaco che brontola e le gambe che ormai trascino come due pesanti macigni, cerco di riassaporare le immagini del weekend appena trascorso ad Assisi. Faccio uno sforzo grande per cercare di rivedere le sue strade solitarie e silenziose, le sue pietre antiche e i pochi viandanti che, a dispetto di qui, passeggiano con calma tra una chiesa e l’altra. Ma il ricordo più imperioso delle ore passate incolonnata sulla tangenziale si fa strada con prepotenza anche se adesso, finalmente, riesco a fermare l’auto. Così scendo: trafelata e arrabbiata: questo dicembre non me lo sto godendo, troppo lavoro, troppa stanchezza, troppe giornate storte. Intanto alla radio, mentre spengo il motore, passano una canzone di Pino Daniele.

Sono il tecnico Signora. Ecco cosa dico al citofono, dopo aver rintracciato il cognome sul campanello. Prego salga, sono al quinto piano. E mi avvio all’ascensore. Ad aprirmi la porta trovo Lei con il suo sorriso: è una signora di una certa età, con uno sguardo trasparente e sbarazzino ed un taglio di capelli troppo giovane per le rughe che le solcano il viso; ma ha un’aria familiare, rassicurante che mette a proprio agio: un viso dolce che mi dà il benvenuto ed io la seguo sentendomi stranamente rilassata mentre mi fa accomodare come da prassi nella sua cucina.

In cucina ci si arriva subito: non faccio neanche in tempo a misurare coi passi lo spazio che intercorre tra la porta d’ingresso e quella della cucina tanto l’appartamento è piccolo e modesto. La cucina ha ancora alle pareti le piastrelle 15×15 tipiche degli anni cinquanta spesse e cicciotte, ma hanno il colore di un bel giallo che riempie la stanza di luce. Credo che la signora si accorga delle mie valutazioni mentali, frutto di una deformazione professionale che è ormai più forte di qualsiasi altro istinto, perché subito la sento giustificarsi –  La casa è vecchia, sa. Ed è rimasta com’era, tale e quale a quarant’anni fa quando io e mio marito la acquistammo. Io la guardo con tenerezza: la rassicuro spiegandole che mi colpisce invece perché è tenuta molto bene e intanto, subito, riconosco la cadenza dialettale, non romana, con cui mi sta parlando. Non le mento però, perché quella piccola cucina gialla, coi mobili di tanti anni prima è un luogo pulito e molto accogliente, in cui l’odore del caffè che borbotta sul fuoco si mescola a quello degli agrumi e della frutta secca accuratamente disposti su un centro tavola. Ci sono pentole e mestoli ordinati e lucidi tenuti in bella vista e delle vecchie sedie in formica che mi ricordano mia nonna, ma adesso capisco che è Lei, la Signora, a investirmi di ricordi: i suoi. Come se il mio piccolo complimento avesse scoperchiato il vaso di Pandora, la sento muoversi alle mie spalle, mentre io mi accingo a lavorare, e lei a iniziare a narrare con confidenza il racconto di una vita.

Mi dice che è sola, con la figlia grande che ormai lavora tutto il giorno ed il nipote piccolo, di là, che gioca in stanza, di cui si occupa volentieri. Mi racconta che il marito l’ha perso tanti anni prima, appena arrivati a Roma, poco dopo aver comprato quella casa nuova e avuto la bambina, ed è per questo che lei non ha cambiato nulla in quell’appartamento, anche se certi mobili ormai sono démodé e un po’ l’hanno pure stufata, per non privarsi di quelle poche cose che avevano messo insieme e costruito in comune. C’è una tale dignità e compostezza nelle sue parole che lo stomaco mi si stringe ancora di più e stavolta sento che non è per la fame. E’ un fiume in piena di racconti e storie. Un fiume in piena che si interrompe ogni tanto solo per investirmi con la gentilezza e l’ospitalità tipica del popolo partenopeo.

Lo vuole un caffè?

Lo vuole un dolcetto?

Le preparo il pranzo. Un piatto veloce di pasta, perché scommetto che lei non ha mangiato e fa come mia figlia, che lavora, lavora e poi si ritrova tutti i giorni stanca morta e col pranzo saltato…

Le preparo da bere intanto: un bicchiere d’acqua dovrà pure le berlo.

Non è invadenza, non è affettazione. In quella piccola cucina color dell’oro, comincio a sentirmi a casa: le ore di stanchezza sono solo un brutto ricordo. E anche se a breve avrò finito di fare quello per cui sono stata chiamata, il desiderio di sedermi lì, su quelle vecchie sedie in formica di tanti anni prima per continuare ad ascoltarla, mi spinge a rallentare ogni gesto, come a voler prolungare quella sensazione di benessere che ora mi pervade. Lì in quel piccolo appartamento modesto, di un quartiere popoloso e affollato di Roma, scopro di aver trovato invece un’enorme ricchezza ed un cuore grande e generoso, come solo a Napoli sanno avere.

E’ tardi certo. Tardissimo. Ed io dovrò girare ancora un po’ prima di poter tornare a casa mia, ma adesso è come se non me ne importasse più nulla. Mi siedo veramente su una di quelle sedie e finalmente, dopo tanti diniego, a lavoro ultimato, cedo all’ennesima profferta di cibo e la faccio contenta. Le offro un pezzo di crostata. La prenda, a questa non potrà dire di no. E chiama pure il nipote. Lui arriva, trottando sulle sue gambette, abbraccia la nonna e le stampa un bacio enorme sulla guancia in cambio del pezzo di torta più grosso, poi svanisce. Allora anch’io addento una fetta di crostata, mentre mi sembra di stare a casa, con la mia di mamma e le pantofole finalmente ai piedi; poi dentro di me, intero e tutto, in un sol boccone, il mondo si scioglie.

RICETTA

Quando ho lasciato quell’appartamento per tornare ai miei giri, ho chiesto alla Signora di Napoli quale fosse la ricetta di quella crostata così buona che mia aveva fatto assaggiare. Lei mi ha sorriso e schernendosi mi ha risposto nel suo dialetto:

E che ci vuole!? Prepara la frolla, come la sa fare lei, la stende e ci mette dentro Nutella e marmellata di arance, poi la arrotola e mette in forno. Vedrà che buona, vedrà….

Ed è così che è nata questa mia ricetta, che poi è la sua. Una ricetta in onore di quel giorno freddo e affannoso di Dicembre in cui ho assaggiato Napoli.

Per la frolla

300 g di farina 00

80 ml di olio d’oliva

1 uovo intero e 1 tuorlo

100 g di zucchero di canna

1 cucchiaino raso di lievito per dolci

1 limone bio (la scorza grattugiata)

3 cucchiai di cannella in polvere

1 pizzico di sale

Per il ripieno

Crema spalmabile cioccolato e nocciole q.b.

Marmellata di arance amare q.b.

Zucchero a velo per decorare

Preparate la frolla alla cannella. Unite allo zucchero di canna il tuorlo e l’uovo intero, la buccia del limone grattugiata, il pizzico di sale, il lievito per dolci e l’olio d’oliva. Sbattete energicamente con una forchetta, poi poco alla volta unite la farina setacciata, lavorando il composto prima all’interno della ciotola, poi su un ripiano infarinato per ottenere un panetto liscio e morbido. Tenete da parte e fate riposare qualche minuto. Stendete la frolla su un foglio di carta forno, dandole una forma rettangolare e uno spessore di pochi mm. Stendete sopra uno strato di crema spalmabile alle nocciole e poi un bello strato di marmellata all’arance. Richiudete la frolla a libretto, lungo il lato lungo, prima il lato di destra che combaci con il centro del rettangolo, poi il lato di sinistra su quello di destra. Sigillate la frolla alle estremità e decorate con delle striscioline a mo’ di crostata. Infornate in forno statico preriscaldato a 180° e lasciate cuocere fino a doratura. Fate raffreddare completamente, spolverate con zucchero a velo, poi servite tagliando a strisce.

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