NECCI ALLA RICOTTA

Onestà e gentilezza sopravanza ogni bellezza.

Detto toscano

Il racconto di un racconto…

Devo questo post ad un’amica. A colei cioè che più del raccontare mi ha fatto scoprire il piacere di ascoltare. Soprattutto quando nei suoi racconti girano storie di cucina. E tradizioni e ricette ad essa legate. Sopratutto quando in essi si narra di usi e costumi culinari e ad ascoltare si è nello stesso luogo in cui usi e costumi sono avvezzi. Ed è per questo che mi piace ascoltarla. Come quando da bimbi prima di andare a dormire ci si faceva leggere una bella favola, ch’era molto meglio del leggersi quel libricino dassoli. Perché raccontare fa bene sì alle tradizioni ma ascoltare fa bene all’anima. Quello che troverete di seguito quindi è, per dirla in breve, il racconto di un racconto. Ma partiamo dall’inizio.

Nella turbolenza immobile di questo anno così sciagurato, sapete bene che ho trascorso un’estate altalenante, spostandomi di qua e di là nei dintorni più prossimi alla mia città, convita che l’unico viaggio si potesse fare, fosse solo quello legato ad un certo turismo di vicinato. Ma ahimè avevo sottovalutato la mia amica Elena e soprattutto la sua proverbiale caparbietà.  Così è capitato che a fine luglio con un rocambolesco andirivieni di valigie e chilometri in macchina, mi sia ritrovata al Borello, a casa sua, in Toscana.

Lelena.

Ora, lo confesso, io la Toscana l’adoro. Non foss’altro per la goliardica e calorosa ospitalità dei suoi cittadini, per quel modo tutto strampalato c’hanno d’aspirare le c e inserire gli articoli determinativi davanti a nomi propri di persona. Tutte caratteristiche che la mia amica Elena, anche detta Lelena appunto, non si fa mancare.  Quindi mentirei, se vi dicessi che oltre alla sua caparbiertà e a quella sfrontata intraprendenza con cui m’ha portato su, non ci fosse un certo personale e notevole piacere a trascorrere del tempo in sua compagnia. E quindi così è stato: ed è stato un gran piacere.

Ad attenderci abbiamo trovato lunghe passeggiate fra i boschi e rifugi alla Robin Hood. Piccoli borghi in pietra arroccati sulla montagna e camere d’albergo un po’ retrò. Vecchie e logore persiane, tutte da scovare per immaginarne la vita dentro, al di là da esse, sognando un giorno d’averne una mezza dozzina da cui affacciarsi, su panni stesi e chiacchere da comari. E pensare a quanto sia fortunata Lelena  ad avere e poter godere di tutto questo, almeno una volta l’anno.

Le cotte d’altri tempi.

Ma soprattutto c’era l’Elena e la sua bella e numerosa famiglia allargata, e quelle grandi tavolate che ci hanno accolto per pranzi e cene a lume di risate, pale di pizza fatta in casa,  racconti di cucina e storie di cotte d’altri tempi. Ecco, la storia dei necci è giunta fin qui proprio grazie ad uno di questi raccconti, di quando un tempo la cucina povera riusciva con poche risorse a disposizione a creare piccole prelibatezze come questo dolce tipico della montagna Pistoiese. I necci si preparavano con poco: acqua e farina di castagne, in tempi lontanissimi venivano cotti, così come ci viene narrato, tra pile di foglie di castagno sulla brace, sostituite poi da larghe e tonde padelle piatte, chiamate cotte dalla gente del luogo. Necci e cotte d’altri tempi insomma. Che si sono tramandati fino ad oggi e fino a quel chioschetto bordo strada, dove lo scorso Luglio, insieme a Lelena, ho avuto modo di assaggiarli per la prima volta con un bel cartoccio ripieno di ricotta fresca.

Ed ecco perchè dovevo questo post ad un’amica: chè certe preziose scoperte non possono non essere onorate, con qualcosa che aiuti a tramandarle e raccontarle ancora e ancora una volta. E spero ch’ella mi perdoni, se, come spesso capita, ho aggiunto del mio a qualcosa di già preciso e perfetto così: come questo vestito a festa, un po’ merlettatto c’ho voluto far indossare ai suoi necci. La sostanza cambia poco e la bontà pure.

RECIPE

Per i necci

Ricetta tratta da un prezioso e personale foglietto scritto a mano dalla mamma del’ Lelena

135 ml di acqua

100 g di farina di castagne (per me quella prodotta dalla zia del ‘Lelena)

1 cucchiaio di zucchero di canna

Per il ripieno

250 g di ricotta vaccina freschissima

2/3 cucchiai di zucchero semolato (a seconda dei gusti)

Cominciate mantecando la ricotta fresca con un paio di cucchiai di zucchero, fino a ridurla in crema. Mettere a riposare in frigorifero. In una ciotola mescolate l’acqua con la farina di castagne setacciata. Amalgamate bene con una frusta per evitare che si formino grumi e aggiungete all’ultimo un cucchiaio di zucchero di canna (facoltativo). Lasciate riposare la pastella sotto un panno coperto almeno per 30 minuti. Nel frattempo riscaldate sulla fiamma viva le cotte (vanno benissimo anche le piastre per waffle, purchè tonde), ungete la superfice con foglio oliato di carta assorbente e appena pronte versate al centro di una, un paio di cucchiai di pastella. Richiudete le cotte una sopra l’altra, facendo in modo che l’impasto si distribuisca per bene e prenda la caratteristica forma circolare, aiutandovi se necessario con qualche colpo di  manico di mestolo. Poi cuocete i necci per 5 minuti prima da un lato e poi dall’altro.  Togliete dal fuoco, aiutandovi con una paletta prelevate il neccio e disponete su un piatto da tenere in caldo. Terminate tutta la pastella: con le dosi trascritte verranno 4/5 necci. Riempiteli con la ricotta che avrete preparato, arrotolateli su se stessi e serviteli ancora caldi con un’abbondante spolverata di zucchero a velo.

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