I mattini porpora e viola con brezze che appena si sentono,
La mite luce infinita che nasce a poco a poco.
(Walt Withman)
Giorni senza tempo.
Che giorno è? Dove siamo? É già sera o è ancora pomeriggio? Scendo dal letto? No dai, ci rimango ancora un po’. Sono giorni senza tempo questi: neanche mi accorgo che è passato un anno. Ma in fondo è questa la bellezza intrinseca di ogni festività natalizia che si rispetti: perdere la cognizione di luogo e spazio, rimanere sospesi nel limbo delle cose casalinghe. Alternare pigiama a grembiule e poi di corsa il rossetto rosso e qualche brillantino per uscire, viziarsi, godersi la città. Indossare i tacchi alti per una cena infrasettimanale, vedersi con gli amici senza l’angoscia della sveglia e poi poltrire sul divano per intere giornate. Fare colazione alle 15 del pomeriggio con gli avanzi dolci del giorno prima.
Il sapore si racconta.
La teoria delle tre P
Una lunga storia di pane
Ha ragione Barbara a parlarne così. Sarà perché, per me, è l’unico pasto interamente dolce della giornata (ed io sono una gran golosa si sa), sarà perché è un momento di raccoglimento, di noi che stiamo insieme tutti in pigiama, perché è un istante lungo e immobile prima della frenesia delle giornate; ma la colazione è veramente un appuntamento speciale. Un appuntamento a cui non rinuncio mai.